Senza un’unica politica estera e militare, il riarmo europeo rischia di diventare un boomerang per la pace
“Si vis pacem, para bellum” ( “se vuoi la pace, prepara la guerra”) è la locuzione latina tornata prepotentemente in voga dopo che Ursula von der Layen ha annunciato un imponente “piano di riarmo” per gli Stati dell’Unione europea. Anche nella piazza del 15 marzo convocata da Michele Serra erano diversi i cartelli che riportavano il famoso brocardo dei nostri antenati.
Dai tempi della Lega di Delo, quando gli ateniesi formarono un’alleanza militare tra le Polis della Grecia in funzione antipersiana, che una delle maggiori deterrenze a una guerra è stato considerato il rafforzamento degli apparati militari. Per quasi cinquant’anni L’Europa è stata riempita di missili nucleari puntati l’uno conto l’altro dai Paesi divisi dalla Cortina di Ferro, creando quell’equilibrio del terrore che ha di fatto impedito, lo scoppio di una terza guerra mondiale, La M.A.D. ( “mutual assured destruction”, la distruzione mutua assicurata) impedì a Stati Uniti e Unione Sovietica di fare dell’Europa il campo della più distruttiva battaglia che l’uomo avrebbe potuto combattere. Quelli che hanno, ahimè. i capelli grigi ricorderanno sicuramente un film che molto impressionò l’opinione pubblica negli anni Ottanta, “The day after”, dove si immaginavano le catastrofiche conseguenze di una guerra nucleare globale la cui escalation partiva proprio dall’Europa.
Tuttavia, il paino europeo della von der Layen, così come annunciato, lascia abbastanza perplessi, in quanto affida sostanzialmente ai singoli Stati le modalità del riarmo, seppure in funzione teoricamente solo difensiva. La nuova e impensabile alleanza Trump-Putin, così plasticamente delineata dall’ormai già storico scontro con il Presidente ucraino Zelensky nello Studio Ovale e dalla successiva telefonata tra i due leader che ha pianificato un percorso verso una tregua in Ucraina – ignorando completamente le aspettative non solo del Paese aggredito ma anche dell’Europa- ha indotto gli europei a cercare, precipitosamente, nuove forme di difesa nel timore che, a breve, l’ombrello protettivo finora garantito dalla NATO e, in definitiva dagli U,S,A, stia per essere chiuso.
Il piano di riarmo manca però di una visione comune europea. Se fosse realizzato così come annunciato e come interpretato già velocemente dalla Germania per esempio, avremmo sul suolo europeo tanti eserciti armati fino ai denti. Cosa accadrebbe se, ed è un’ipotesi oramai molto realistica, tutti questi eserciti dovessero rispondere a una guida politica nazionalista e populista? Immaginiamo uno scenario dove Governi guidati o fondati su partiti come Vox in Spagna, AFD in Germania, FN in Francia ma anche la Lega, che fa della difesa dei confini una sua mission, in Italia, si trovassero a disporre di eserciti iperattrezzati: chi può garantire che , sulla spinta degli interessi ciascuno della propria Nazione, queste armi non vengano utilizzate l’uno conto altro dagli stati europei? E’ d’altronde questo uno scenario non nuovo, che si è verificato agli inizi del Novecento, quando scoppiò una corsa agli armamenti tra gli Stati europei per prevenire attacchi dei vicini ma che , paradossalmente, fu una spinta allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Un piano di riarmo davvero europeo ha una sola strada davanti a sé: creare i presupposti per una difesa comune europea, dotarsi nel giro di un decennio di un esercito europeo, ovviamente partendo dall’integrazione progressiva degli eserciti nazionali o di parti di essi. Un esercito unico non può ovviamente prescindere da una politica estera unica, in definitiva da un’Europa unita e federale così come immaginata dal Manifesto di Ventotene. Soltanto l’Europa immaginata a Ventotene, con istituzioni saldamente democratiche, è in grado di garantire la pace anche grazie alla forza di un unico esercito. In questi giorni abbiamo assistito ad una vergogna mistificazione di quel documento che resta, anche considerando il momento storico e la funzione di confino del luogo in cui fu scritto, uno degli architravi del pensiero democratico moderno. Immaginare una sola Europa fa ovviamente venire l’orticaria a tutti coloro che invece sperano che regni sempre divisone e paura tra gli uomini, perché su questi fattori fondano il proprio consenso elettorale e politico. Non ci hanno meravigliato, quindi, le parole messe in bocca a Meloni dal suo cerchio nero che non vedeva l’ora di gridare idee che colpevolmente abbiamo dato per sepolte dalla Storia. C’è voluto un attore, uno showman di profonda cultura e alto ingegno come Roberto Benigni, per ricordare anche a fior di intellettuali dormienti e a utili idioti spuntati come funghi, che, se vuoi veramente una pace salda, non c’è altra strada che accelerare nel processo di costruzione di un’Europa unica, federale, democratica.