Dalla visione alla realtà: il Manifesto dei federalisti europei e il futuro dell’Unione


Parte V – Dal sogno di Ventotene alle sfide geopolitiche attuali: il federalismo europeo come unica risposta alle crisi globali e alla costruzione di una democrazia sovranazionale.

Accanto al Manifesto di Ventotene, tuttavia, si deve considerare un agile volumetto che, per me, è anche più importante, cioè Il Manifesto dei federalisti europei redatto nel 1956 e stampato nel 1957.
Passa un tredicennio solo, ma sono anni intensi e fondamentali:
In Ventotene si indicano come parole d’ordine gli Stati Uniti d’Europa e abbiamo visto esserci la testimonianza dello spaesamento delle forze democratiche di fronte alle forze totalitarie, l’esaurimento del ruolo storico dello Stato-nazione, il piano di riforme che vede anche Carlo Rosselli e il movimento “Giustizia e Libertà” tra gli ispiratori, la proclamazione della necessità federalista per superare le aporìe dello Stato-nazione sovrano (contro cui si batterà anche un liberale come Luigi Einaudi), indicando quindi la dimensione sovranazionale dei tanti problemi che i singoli Stati europei non possono più avere la forza, né la capacità di affrontare.
Ma in questi tredici anni di mezzo c’è il piano Marshall, che i federalisti intendono come una grande occasione data ai Paesi europei per superare le divisioni del periodo bellico e avviare un processo federativo; ci sono le simpatie di Washington per l’idea unificatrice europea, che non è ideale e per nobili motivazioni, ma è figlia di un pragmatico atteggiamento che vede nelle tendenze federaliste il miglior alleato per raggiungere l’obiettivo di make Europe defensible, ovviamente in chiave antisovietica. E in questo vi era anche la simpatia inglese, perché liberava Londra dalle preoccupazioni per le instabilità ricorrenti e permetteva al Labour di concentrarsi sulle riforme: insomma, tra il 1948 e il 1955 il tema dell’unificazione tenne banco all’interno dei dibattiti politici nazionali.
Troviamo anche la nascita del Benelux, la CECA e la CED, come abbiamo visto, troviamo la morte di Stalin, con tutto ciò che ne consegue, troviamo la CEE e l’Euratom (anche se i federalisti non salutarono con gioia queste creature), troviamo l’Unione Europea Occidentale, nata a scopo di difesa e poi sciolta con la nascita dell’Unione Europea. Insomma, anni molto densi, anche se vedono il fallimento della proposta della Comunità europea di difesa (CED) che avrebbe visto il riarmo di una divisione tedesca della Germania Ovest ma solo sotto controllo sovranazionale (mentre Spinelli e il suo gruppo, con lungimiranza, era favorevole a una unificazione tedesca avveratasi quaranta anni dopo); Churchill definì la CED a tomfoolery and a sludgy amalgam, cioè una pazzia e un amalgama fangoso.
Questo è il leit-motiv per la genesi del Manifesto dei federalisti europei, che fu scritto dal solo Spinelli come naturale prosecuzione del Manifesto di Ventotene, del quale riprende alcuni principi, ma li aggiorna, analizzandoli alla luce della breve, ma fitta, collaborazione tra i federalisti e i governi moderati degli anni Cinquanta; la conclusione e la presa d’atto è che il federalismo non può agganciarsi e influenzare gli attuali partiti, ma può solo funzionare come movimento popolare di modifica profonda degli equilibri europei e non deve cedere alle lusinghe delle episodiche e opportunistiche collaborazioni coi governi nazionali. E lo dice molto fermamente Spinelli, il quale pur aveva collaborato coi vari governi dell’epoca, che è necessario abbandonare l’azione di lobbyng sui governi nazionali e scegliere l’azione popolare e la convocazione di un Congresso del popolo europeo, forse modellato sull’idea di quello di Gandhi, che avrebbe dovuto far pressione sui Paesi della CECA per dare vita a un’assemblea costituente europea, non potendo contare più sul ‘federalismo governativo’ dei Paesi.
Per tutti gli anni tra la fine degli anni Cinquanta e l’Ottanta Spinelli pungolò l’Europa, criticò la conferenza di Messina (1°-3 giugno 1955) e la connessa proposta di concentrarsi su un mercato comune, poi realizzatosi, e su una comunità dedicata alla gestione unitaria dell’energia nucleare. Spinelli scrisse al presidente del comitato che avrebbe dovuto studiare i due progetti, il belga Paul-Henri Spaak, di privilegiare prima un potere politico europeo, senza il quale la nozione stessa di mercato comune non avrebbe avuto senso. Rileggere oggi le considerazioni di Spinelli a Spaak, con una copia della lettera mandata a Jean Monnet che ne annotò parecchi punti, dà il senso di una critica costruttiva che, pur non essendo poi stata ascoltata all’epoca, mantiene ancora oggi tutti i suoi motivi di validità.
Infatti, nel Manifesto dei federalisti europei troviamo in nuce alcune punti che saranno alla base del trattato istitutivo dell’Unione Europea che il Parlamento europeo predispose a partire dal 1981, ma anche elementi poi confluiti nell’Atto unico europeo e nel progetto messo a punto dalla convenzione sul futuro dell’Europa del 2002; se leggiamo il volumetto, troviamo un fil-rouge tra lo Spinelli che progetta la federazione, nel 1956, e quello che promuove e accompagna la stesura del progetto del Parlamento europeo nel 1980-1984.
Spinelli e i partiti: è stata spesso sollevata la questione se i federalisti europei debbano essere un partito; per Spinelli:
“sono più di un partito […]. I partiti servono a mobilitare forze nazionali nel quadro nazionale al servizio della vita nazionale. Tutto quel che si propongono è di portare i loro uomini alla direzione dello Stato esistente […]. I federalisti si propongono di sottrarre energie politiche al quadro della vita nazionale e di organizzarle a un livello europeo […]. Non volendo sopprimere, ma solo limitare la vita politica nazionale, i federalisti ne rispettano le divisioni politiche, non si propongono di mettersi in concorrenza coi partiti nazionali […]. Ma ogni volta che si tratta di questioni che sono abusivamente di competenza dello Stato-nazione, i federalisti contestano ai partiti nazionali la capacità stessa di occuparsene, poiché essi non possono realizzare che soluzioni nazionali ”.
Con Spinelli si può essere d’accordo o meno, ma si riconosce il suo essere statista, una visione e una lucidità senza pari e un affrontare i problemi nella loro totalità.
Un passaggio che è poco studiato e che è invece interessantissimo è questo: per me l’Europa è l’Occidente, in quanto questo è frutto della cultura occidentale che ha formato la cultura europea. Ma nessuno direbbe che il Canada o l’Australia, per fare degli esempi, non siano di cultura occidentale e che non abbiano legami così stretti con l’Europa.
E Spinelli proietta la sua azione anche in America, nell’URSS e nei Paesi ex-colonie dei Paesi europei.
Se per gli Stati Uniti d’America dice che:
“il popolo europeo resterà amico del popolo americano che ha salvato l’Europa dalla servitù e che con metodi e costumi propri coltiva e sviluppa gli stessi ideali di civiltà […], la Federazione europea contribuirà a rafforzare in America le correnti autenticamente democratiche e internazionali contro quelle malsane del neo-nazionalismo”.
Per le relazioni Europa-URSS:
“la Federazione europea non potrà avere un atteggiamento di fondamentale amicizia, poiché mediante il sistema delle dittature comuniste l’URSS tiene soggiogata tutta la parte orientale dell’Europa. Le forme di coesistenza che la Federazione ricercherà con l’Unione Sovietica saranno tutte tese a far retrocedere progressivamente il sistema totalitario […]. In Unione Sovietica il regime comunista non può invece essere superato che da un processo interno di evoluzione di quei popoli”.
Per la politica estera europea nei confronti delle ex-colonie o dei protettorati Spinelli è di un acume unico:
“la civiltà europea che gli Stati colonizzatori non hanno potuto non portare con sé, assieme al loro dominio, ha insegnato ai popoli ad amare l’indipendenza e a non accettare come un dato non modificabile la permanenza dell’ignoranza e nella miseria. I popoli d’Asia ed Africa si rifiutano di vivere come dipendenze coloniali. La Federazione, rompendo con ogni tradizione colonialista del vecchio regime degli Stati nazionali, offrirà la possibilità di metter fine al loro periodo coloniale, evitando loro tuttavia i pericoli e i veleni del nazionalismo. Poiché l’Europa idealmente giunge fin dove giunge la volontà di far fiorire la sua civiltà. Anche le popolazioni delle antiche colori dovranno avere la possibilità di venire a far parte della Federazione europea possedendo gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutte le altre nazioni federate e in tal modo le avanguardie politiche e intellettuali indigene, formate ormai alla cultura europea e desiderosi di assumere le direzioni dei loro popoli per farli partecipare al progresso democratico, potranno svolgere la loro opera delle migliori condizioni politiche che si possono immaginare poiché, godranno insieme dei vantaggi dell’indipendenza nazionale di quelli della partecipazione a una più ampia e più solida e più progredita comunità democratica ”.
Parole che danno una risposta a tante mie domande che mi sono chiarito rileggendo il volume.
Perché il futuro della futura Europa è insieme, perché il futuro dell’Europa è con quei popoli che sono stati in contatto con noi, che rispecchiano i nostri valori, che li hanno assimilati, perché Europa e cultura occidentale si fondono intrinsecamente da due millenni. Ma tutto questo che diceva Spinelli, non era quello che diceva anche il sindaco santo di Firenze Giorgio La Pira nel congresso del 1973 a Cagliari che permettono a La Pira, in parallelo con Spinelli, di impostare i ‘Colloqui mediterranei’ già nel 1958?
E la voglia del dialogo continuo e costante e il creare un ponte tra Oriente e Occidente sarà poi la base della ‘Strada di Isaia’ della quale La Pira aveva già parlato nel 1959, a Mosca, al Cremlino. Il sindaco santo invitato dai vertici dell’URSS in un viaggio che fece scalpore e che fece discutere, perché era il primo politico occidentale, per giunta cattolico, che, in piena Guerra fredda, si spingeva oltre la Cortina di ferro.
Giorgio la Pira parlò con coraggio, esercitando quella parresìa che lo contraddistingueva, puntando il dito sulla pace, sull’ordine economico, sociale, politico, culturale e religioso. Ma Giorgio La Pira, in questo parallelismo straordinario con Spinelli – perché avviene proprio nei medesimi anni -, parla anche di un altro punto ancora oggi fondamentale: dell’interdipendenza economica ed energetica tra Paesi e tra continenti e vuole spingere tutte le potenze dell’epoca ad andare verso l’approvazione di organismi sovranazionali, gli unici che possano avere l’autorità e i mezzi per intervenire come forza pacificatrice delle controversie internazionali.
Organismi dei quali, invece, oggi notiamo ancora la debolezza l’inadeguatezza e la tendenza, da parte di alcuni Stati, a volersi allontanare da questi organismi. Guardate che straordinaria attualità. Ed è indubbio che la naturale proiezione europea sia il Mediterraneo che da millenni è il cuore pulsante dell’Europa, il posto che ha permesso agli Europei di creare la propria civiltà, di stabilire una rete feconda di contatti, di crescere nell’ars nautica che ha poi permesso di dominare su gran parte del mondo.
E credo che voi tutti abbiate sentito delle proiezioni del Copasir che vedono più di 700.000 persone in Nord-Africa pronte a venire in Europa, come anche delle infiltrazioni economiche cinesi per il controllo delle risorse naturali e la vendita di armamenti e la presenza di truppe riconducibili a organizzazioni paramilitari della Federazione Russa. E che dire della questione medio-orientale?
Lasciamo da parte le nostre personali opinioni: tutti quei territori hanno strettissimi legami con l’Europa. Se non iniziamo a ragionare a una sola voce, lasceremo via libera ad altre potenze, ma poi non dobbiamo lamentarci dei flussi migratori. Possiamo erigere muri, bloccare i porti, mandare la marina militare, ma è certo che questi rimedi sono solo palliativi, perché non affrontano il problema alla radice: c’è bisogno di una Europa forte e autorevole, di una Europa unita che affronti con una sola voce queste situazioni, di una Europa che si proietti sullo scenario mediterraneo che per sua natura è parte integrante dell’Europa!
Solo tutti uniti e federati l’Europa potrà avere voce in capitolo, affermare le proprie idee, essere il baricentro di un nuovo equilibrio, anche perché è l’Europa a essere maggiormente interessata dall’equilibrio e dalla stabilità tra Medio-Oriente e Nord-Africa ed è solo l’Europa, che conosce bene quei Paesi in quanto ex-colonie o protettorati, a poter garantire e favorire un’interlocuzione seria e democratica e a dare risposte concrete agli aneliti di libertà e democrazia delle popolazioni.
Dum Romae consulitur, Sagntum expugnatur , e mai questa frase di Tito Livio è più adatta: finché all’Europa non saranno devolute sempre più quote di sovranità nazionale – non rafforzando questa meravigliosa creazione federalista e sovranazionale e perdendo tempo in inutili discussioni, veti incrociati e chiusure nazionaliste – non si avrà mai la forza di affrontare globalmente problemi complessi e non solo l’Europa sarà destinata a perire, ma con essa perirà anche la nostra plurimillenaria cultura.
E la naturale proiezione d’Europa, di contro, è quella di rafforzare la propria identità culturale millenaria e di inglobare nella Federazione i Paesi che hanno affinità con l’Europa perché, per vari motivi, sono stati forgiati o hanno assimilato lo spirito europeo. Solo così, con un fortissimo ruolo europeo, si porterà democrazia, prosperità e la ‘pace positiva’ auspicata da Johan Galtung.
Che poi è quello che diceva anche Jacques Le Goff, concludendo il libro dal quale abbiamo tratto il viaggiatore che ci ha accompagnato all’inizio del nostro viaggio da Ventotene al cuore dell’Europa quando afferma che:
“La grande Europa dovrà essere aperta all’esterno: verso il Sud, verso il Terzo Mondo, verso tutti i continenti, non più per sfruttarli, ma per stabilire un dialogo con essi e aiutarli. Oltre a questo l’Europa non deve essere soltanto al servizio dell’economia […]. Deve essere un’Europa della civiltà, della cultura. È questa la sua carta vincente, la sua eredità più preziosa”.
A proposito del recente Viaggio Apostolico, i giornalisti hanno detto che il Santo Padre è andato nel “cuore d’Europa”: è vero che il cuore è anatomicamente collocato in alto, ma il baricentro dell’Europa, nonché il cuore pulsante, è un poco più in basso.
Perché la nostra Europa non è solo un frutto del Sacro Romano Impero della nazione Germanica, ma deve guardare un poco più indietro, alla idea carolingia e alla idea universalistica bizantina e romana e alla comunanza di valori portati avanti dalla poleis greche. Perché questi concetti di libertà e democrazia, che sono alla base dell’Europa, affondano le radici nella nostra storia greco-romana, nella tradizione di accoglienza e integrazione che faceva essere un unicum il regno normanno di Sicilia o l’età di Federico II.
Non è forse giunto il tempo di portare a compimento il sogno federalista? Di ripartire dal dramma del Covid-19, di una guerra in Europa e dalle tensioni geopolitiche nel Medio-Oriente per fare un passo avanti? Perché l’Europa ha sempre dato il meglio di sé nei momenti bui e nelle difficoltà! Non è questo il momento adatto per una cessione sempre maggiore di quote di sovranità nazionale all’Europa, almeno su quattro assi principali (esteri, difesa, sviluppo economico, cultura) per affrontare e gestire meglio le sfide che una società sempre più globale impone?
Est Europa nunc unita et unita maneat, una in diversitate, pacem mundi augeat. Semper regnant in Europa fides, iustitia et libertas populorum in maiore patria. Opus magnum vocat nos. Stellae aurea sunt signa in coelo, quae iungant nos.
Saluto tutti voi con queste due citazioni tratte dai Mémoires di Jean Monnet: “Bisogna costruire l’unità tra i popoli e non la cooperazione tra gli Stati” e “Niente è possibile senza gli uomini e niente dura senza le istituzioni”.
Viva l’Europa, viva l’Italia!

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