Il mistero svelato (per sbaglio) dalla Casa Bianca: nessuno ha mai calcolato davvero le “barriere non monetarie”. Ecco l’assurda formula usata.
Prepariamoci: dal 9 aprile gli Stati Uniti cominceranno a colpire tutti i prodotti europei in arrivo oltre Atlantico con una tassa del 20%. Lo ha annunciato in pompa magna Donald Trump, nella scenografica conferenza stampa tenuta nel Giardino delle Rose della Casa Bianca. Ma da dove arrivano quei numeri? Come hanno fatto i “geni” dell’Amministrazione Trump a stabilire chi paga cosa?
Semplice, ad capocchiam. Trump ha spiegato di aver voluto essere “clemente”: ha preso il supposto livello delle “tariffe” che ogni Paese applica agli Usa – inclusi non solo i dazi veri e propri, ma anche l’IVA e una lunga lista di ostacoli burocratici e regolatori – e lo ha dimezzato. Risultato? L’Europa, accusata di imporre una pressione tariffaria del 39%, si becca un dazio secco del 20%. Così, a occhio e croce.
Ma c’è di più. Nelle ore successive, è venuto a galla il vero segreto dietro il misterioso teorema trumpiano. Ed è roba da restare basiti. Nessuno ha davvero misurato quelle “tariffe non monetarie” – operazione praticamente impossibile. In realtà, la formula è molto più terra terra: deficit commerciale degli Usa con un determinato Paese, diviso per il valore totale delle merci importate da quel Paese.

La formula della farsa – A rivelarlo, inconsapevolmente, è stato Kush Desai, vice-portavoce della Casa Bianca. Rispondendo su X (ex Twitter) a una domanda del giornalista James Surowiecki, Desai ha condiviso un foglio interno del Dipartimento del Commercio. E lì si è capito tutto: nessuna analisi complessa, nessun algoritmo geniale. Solo un calcolo rozzo.
Esempio: per l’Unione Europea, hanno preso i 235,6 miliardi di dollari di disavanzo commerciale e li hanno divisi per i 605,8 miliardi di dollari di export verso gli Usa. Il risultato? Eccolo: quel famoso 39%. Tagliato a metà “per gentilezza”, diventa il 20% che ora manda in crisi Bruxelles.
Stessa musica per tutti gli altri: dall’Asia al Sud America, ogni Paese è stato “valutato” con la stessa discutibile equazione. E chi non ha un surplus commerciale con Washington? Poco importa: da Trump arriva una flat tax del 10% alla dogana, come se fosse una mancia. Un gesto “garbato”, lo definirebbe lui.
La controversa metodologia adottata dall’amministrazione Trump per determinare i dazi doganali ha sollevato un’ondata di critiche a livello globale. Basare tali decisioni su un semplice rapporto tra deficit commerciale e valore delle importazioni, senza una valutazione approfondita delle barriere non tariffarie, appare come una semplificazione eccessiva di una questione complessa. Questa strategia non solo mette a rischio le relazioni commerciali internazionali, ma potrebbe anche avere ripercussioni negative sull’economia statunitense, aumentando i costi per i consumatori e danneggiando settori chiave. In un contesto economico globale interconnesso, misure protezionistiche basate su calcoli discutibili rischiano di innescare guerre commerciali dannose per tutte le parti coinvolte.
Più che una politica commerciale, quella dell’ex tycoon sa tanto di vendetta mascherata da strategia. E la matematica, ancora una volta, si piega alla propaganda.
Reuters – Trump tariffs tip world into trade war abyss (03/04/2025)
Bloomberg – Trump’s “reciprocal” tariff formula is all about trade deficits (03/04/2025)
Politico – Donald Trump’s US trade tariff math is “crazy”, says expert (03/04/2025)
